martedì 15 marzo 2011

Gli occhi come specchio dell’anima. La sensibilità della Fidapa e Unc



POLICORO - Nessun uomo è un’isola, completo in sé. Ciascuno di noi fa parte di un continente, un pezzo di terraferma. Ci sono persone che parlano un momento prima di pensare e persone che vedono anche con gli occhi chiusi. Un vecchio adagio recita: certe virtù non si comprano al mercato, o le hai o non le hai. E tra queste c’è sicuramente la sensibilità. Ed è quella messa in campo dalla locale sede della Fidapa (Federazione Italiana donne arte professioni affari) del centro jonico che sabato sera 5 marzo nel castello baronale di Policoro ha organizzato una tavola rotonda: “Con occhi…di versi” in collaborazione con l’Unione nazionale ciechi e volontari ciechi. Il tema è stato trattato scientificamente dai medici oculisti: Rosario Orlando del nosocomio di Policoro e Antonio Laborante dell’ospedale “Casa del sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo, i quali hanno spiegato i grandi passi in avanti fatti dalla medicina nella cura delle patologie legate agli occhi: “Oggi non ci sono più –hanno spiegato- le lunghe liste d’attesa di molti anni fa e per il trapianto della cornea ci si rivolge alla più grande banca delle cornee che si trova a Mestre, che in pochi mesi fornisce l’organo. E lo stesso intervento di chirurgia mininvasiva si esegue con una certa “facilità” rispetto al passato. Ma come in tutte le patologie il miglior medico è l’essere umano stesso che deve mettere in campo i più elementari mezzi di prevenzione e accorgimenti. Tra questi una visita l’anno dopo i quarant’anni; non abusare troppo delle lenti a contatto e utilizzare gli occhiali negli ambienti di lavoro dove sono richiesti”. E proprio sul rispetto della legislazione in materia di lavoro si è soffermato l’Ing. Giovanni Donadio, il quale ha illustrato tutta la normativa in materia e la sua evoluzione negli anni sostenendo come le leggi non fanno discriminazione tra persone abili e abilmente diversi, ma esse sono oggettive: “sul lavoro –ha asserito- è disabile chi è impossibilitato temporaneamente a lavorare. Spesso è la società che ci appiccica l’etichetta di persona “anormale” in base alle proprie convenienze”. Più filosofico l’intervento di Concetta Piacente, della Fidapa nazionale, la quale con numerosi citazioni di poeti e filosofi di tutti i periodi storici ha affermato come: “ciascuno di noi ha occhi diversi, e spesso anche un occhio non è uguale ad un altro. Una cosa è guardare, una cosa è vedere. Nella prima c’è indifferenza nella seconda c’è sentimento. E quest’ultimo lo possono provare tutti, perché si sente e non si vede. Sulla stessa scia la relazione di Mons. Francesco Nolè, vescovo della diocesi Tursi-Lagonegro, il quale ha ricordato la figura di San Francesco, anch’egli affetto da cecità nel corso della sua vita, e osservato come gli occhi sono soprattutto specchio dell’anima. Da essi escono lacrime di dolore ma anche di gioia: “dagli occhi deve uscire uno sguardo semplice che rispetta gli altri senza mai creare imbarazzo a nessuno; anzi gli occhi devono servire per proteggere gli altri”. Un saluto è stato portato da Giuseppe Lanzillo, dell’unione italiana ciechi di Matera, il quale ha ringraziato la Fidapa per l’organizzazione dell’evento ricordando a tutti la “Cena al buio” che si terrà a Policoro il 18 marzo, evidenziando le difficoltà che hanno gli ipovedenti non solo negli ambienti di lavoro ma anche fuori mancando del tutto la cultura dell’abbattimento delle barriere architettoniche. E lo stesso dicasi nell’applicazione della legge 68/99 sull’assunzione di abilmente diversi in Enti pubblici e imprese: “ancora oggi –dichiara- ci sono datori di lavori che preferiscono pagare la sanzione anziché assumere noi perché ci vedono come un peso e non una risorsa”. Le conclusioni sono state tirate da Anna Teresa Olivieri, anch’essa della Fidapa, rammentando ai presenti la mission della Fidapa: rispetto della dignità umana in ogni azione. “Gli occhi servono a trasmettere emozioni, ma anche a vedere che oltre la morte c’è la vita…”, aggiungendo poi il ritorno a guardarci negli occhi, a estrarre non la spada del duello ma la voce del dialogo, dato che tutti abbiamo una lingua paterna comune, quella dell’unico Creatore, iscritta nelle nostre anime e coscienze.

Gabriele Elia
(fonte il Quotidiano della Basilicata)

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